Artemidoro

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Nome: Artemidoro
Ho fatto un sogno: io che dormivo nel divano, solo stanco e sconfortato..... E nel sogno qualcosa mi diceva: questa è la realtà. Sì ho sognato la realtà. e ora che sogno di essermi svegliato dormo l'ingiusto sonno dei mie sogni.....

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martedì, 30 settembre 2008
"Noi Torneremo"
"Lo credo", diss'io,
e mi pare che di codesta risposta ebbe pace.
Ma l'altro spirito tornò al suo ritornello
con:
"poco minor d'un toro
"...
(che è verso dell'Eccerinus
tradotto dal latino).
Egli non pose fine al verso.
Perché tutta l'aria tremò, e tutta l'ombra
con sconquasso
e come tuono che la pioggia ingombra
saettava frasi senza senso.

Ezra Pound "Cantos" frammento LXXII


Tutto è perduto fuorché l'onore disse..... E Lei rispose tutto è conservato fuorchè l'onore.....
Onorabile onorabilità, venerabile confine che fu valicato impudentemente, imprudentemente.
Per l'uomo giusto non c'è legge disse Giovanni della Croce, ma sembra che ognuno ne porti sulle spalle il peso delle croci da altri posate.
Non far fumare le meningi, non agitare i poveri neuroni intossicati....Non c'è nulla da comprendere e mai comprenderesti comunque.... Una folata di Tempo ti porterà via, come foglia e sarai passata, incompresa anche Tu, derelitta.
Tutto è perduto fuorchè l'orgoglio disse.... E lei rispose tutto è conservato fuorché l'orgoglio.
Ma schiavi, in varie  circostanze lo sono gli umili e gli orgogliosi.... Una folata di tempo, porterà tutto via e ricominceranno nuove storie, a volte un po' più squallide. Altri le racconteranno con la loro parziale visione, qualcuno crederà di essere il depositario della Verità e chi potra obbligherà qualcuno a crederci.
Sì tutto è perduto....fuorchè.....

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postato da: artemidoro alle ore settembre 30, 2008 11:47 | Link | commenti (10)
categoria:antropologia, editoriali, filosofeggiando, maschere
venerdì, 05 settembre 2008
Sagra San Michele (notte) antico monasteroSagra di San Michele Antico Monastero (notte) foto di Arturo Ferrara
un Ascolto (a sopresa)

C' è un confine, non so se sia un punto limite, nel quale le cose, nello svanire si rivelano. Certe ore del giorno....  ad esempio il crepuscolo. Noi siamo abituati  a definire fortemente le cose a tal punto a volte da far vivere più il nome che loro.Non so se con gli esseri, i viventi intendo, sia la stessa cosa. C'è una grande zona oscura che per noi è un Abisso che ci fa orrore e attira nello stesso tempo.
Lasciamo di noi se va bene una foto, qualche ricordo destinato brevemente a spegnersi, a volte opere, materiali o di pensiero. Ma se per esempio io guardo ciò che ho scritto o dipinto mi sento a volte persino estraneo, esterno.... mi pongo come uno spettatore con tutti i dubbi e le incertezze che, qualcuno dice non dovrei avere, essendo io l'artefice.
Ma artefice di che, creatore di cosa? Radunare pensieri, esprimere forme o concetti, disegnarle, scolpirle è garanzia della loro conoscenza? O forse al contrario è un modo per accertarla?
Lavoro spesso in zone di confine dove il mio presunto io rischia di perdersi..... forse proprio questa perdita cerco nelle mie opere (questo è uno dei pensieri più ricorrenti ultimamente).
Eppure le cose stesse, i luoghi, i pensieri, gli esseri hanno una potente forza evocativa..... Solo che ciò che suscitano o ricordano non è spesso (se siamo onesti) ciò che noi comunemente loro associamo, in base alle convenzioni sociali.
Nell'amore ce ne accorgiamo quasi forzatamente. Certe simpatie, attrazioni,fisiche o spirituali ci divengono quasi inspiegabili, contraddicendo persino quelli che ritenevamo regole e nostri principi.Naturalmente parlo di chi anche solo una volta ha percorso il solitario pensiero della percezione e non ha agito spinto dalle forze sociali intorno a noi che, proprio per prevenire queste "sorprese" (invero molto inquietanti) ha previsto catalogato, standardizzato i nostri gusti e persino i nostri presunti desideri.
Ma anche chi vive (non so quanto per scelta o condizionamento) non ponendosi questi problemi diciamo "percettivi", capita che, prima o poi, s'imbatte e anche con imprevisto sconvolgimento in queste sensazioni.
Ci sono anche diverse tangenti di fuga...o spiegazioni già consolidate ad esempio la Fede (non importa a quale credo) o le ideologie che sembrano riportare tutto ad una normalità temuta ma cercata, o anche la così detta Ragione (che poi è un dogma anche quello) che riporta tutto ad una presunta concretezza e praticità.
Che fare? Abbandonarsi (quanto terrore si ha di perdere ogni riferimento, di restare soli a giudicare a scegliere?) oppure dire che sono follie della mente e ritornare all'abitudine, alla forzata compagnia, agli stereotipi culturali che certo non disinteressatamente abbondano intorno a noi, in classifiche, scuole, correnti, categorie?Spero che tutto ciò che ho scritto ora Ti sia oscuro ed estraneo.... o forse no, al contrario mi auguro che sia soltanto un momento per far partire le Tue riflessioni, intuendo però che quel "Tuo" e "Mio" così ben difesi a volte da noi, non sono altro che un inganno, nello Spazio, nel Tempo.

Arturo Ferrara QDA Torino ©
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postato da: artemidoro alle ore settembre 05, 2008 14:53 | Link | commenti (16)
categoria:amore, riflessioni, letteratura, arte, antropologia, filosofeggiando, oltre, maschere
mercoledì, 27 agosto 2008


Ci fu una porta della quale non trovai chiave,
un velo attraverso il quale non potei vedere;
alcune piccole parole fra me e te,
dopo non fummo, tu ed io... mai più.
Omar Khayam

I
l contorno delle cose e quell'aura che Ti circonda e porti a spasso con noncuranza. (Forse non sai e non vuoi sapere) e l'ombra la Tua ombra che il Sole muove nello spazio e il tuo movimento nel Tempo.
La terra, i campi e, sotto tutte le civiltà scomparse, coperte dalla polvere, disintegrate lentamente dal trasformarsi delle cose. I prodotti dell'uomo se va bene durano una stagione, fino alla mietitura.
In ogni luogo occhi di fanciulla, verdi, marrone,azzurri, grigi....e capelli, brune chiome e bionde, rosse, castane, guerrieri imponenti e pensatori che teorizzavano all'immortalità. "Sono stati", puoi dire, o immaginare, dai pochi segni che hanno lasciato, materiali o immateriali, e sono polvere, terra, erba, piante. C'era anche allora chi pensava ciò e osservava, altri sono passati, come un soffio di vento, come cenere sono caduti.... altri travolti da catene (cause ed effetti)  chi vedeva, percepiva la trasformazione dolorosa, perché la condizione umana è tra la più terribile, non appena la consapevolezza si fa strada (e che lo voglia o no se la apre tra gli arbusti dell'incoscienza, distruttivamente da molti cercata).
Principi, poveri, saggi e libertini, umili e superbi, prepotenti e deboli, coraggiosi e vili , tutti cercavano di fermare il tempo nella carne o nel pensiero di stordirsi in qualcosa, un'attività un vizio, forse per non pensare.... in ogni luogo della terra dimorano.
C'è chi pensa che le anime non complete, ancora cariche di desideri s'aggirino in una dimensione di mezzo, c'è chi descrive minutamente un oltre, un aldilà, con le sue mappe e riti e premi e punizioni..... C' è chi cerca nelle nuove generazioni le i segni delle antiche e nelle vestigia vuol far rivivere, per se o per tutti, ciò che è stato.
Ma chi conosce le vite parallele, i sentimenti, chi va veramente oltre la storia e la sua retorica, chi può veramente verificare ciò che è stato? (Neppure quando avviene qualcosa ne siamo pienamente consapevoli).
Il collezionista di sogni dovrebbe completare un quaderno almeno, ma scrive con un inchiostro simpatico, scrive in fogli che si disintegrano, nell'etere, in files che si cancellano...Scrive e cerca di vivere nella eco di chi lo ascolta, quasi pensando che questa si un segno di vita, continuità.
Ma questa sera non c'è nessuno, nessuno....
Va alla deriva in una pagina bianca.... in una distesa di neve, in una notte, la più oscura del mondo, i suoi punti di riferimento svaniscono ad uno ad uno..... il suo io, non più riflesso si rivela illusorio.....
Ancora brilla la sua aura.....che Lui non può vedere, forse porterà nel Silenzio qualcuno per la sua strada, forse...oppure no, scivolerà anche lui, senza troppo rimpianto, lentamente amando lo svanire, nel nulla....

Arturo Ferrara QDA Torino diritti riservati per
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postato da: artemidoro alle ore agosto 27, 2008 22:19 | Link | commenti (21)
categoria:riflessioni, letteratura, antropologia, filosofeggiando, oltre, notte, maschere, io
mercoledì, 13 agosto 2008

Molto tempo fa, da giovane,
mi sentivo prigioniero in un corpo
e, con terrore, pensavo
che non avrei potuto uscirne....
ma anche l' angoscia di uscirne
prima dell'assegnato umano tempo
pian piano come a tutti e lentamente
invecchiando cominciava a farsi sentire
Perché amiamo la libertà e la temiamo
invochiamo il nulla e ci fa orrore
coltiviamo il Dubbio e ci terrorizza.

folla Molto tempo fa, quando ero giovane
(ma ora ho dei dubbi che questa frase
significhi qualcosa)
non riconoscevo il tempo in cui vivevo
è così anche ora
e ciò che non muta a volte,
chissà se erroneamente, lo erigiamo
a colonna e fondamento
delle nostre strampalate vite.
Vedevo ,a volte, molto tempo fa,
quando apparivo giovane,
la possibilità di uscirne
con un atto di volontà
ora so che questa volontà
quando non è fatta solo di parole
o intenzioni labili, con la ragione
è sempre difficile da praticare....
ora so o presumo di sapere
che basta attendere
e tutto finisce, comunque
e questa mi fa orrore come il fatto
di essere ancora in un corpo prigioniero
Nella Terra di Nessuno
dove non sei nella Società
e non sei Oltre.... a volte avviene

 la foto è dell'opera "la Folla delle 18.30" a pastelli e china  di Arturo Ferrara (Torino- Proprietà Privata)
il testo è dello stesso Autore (QDA Torino diritti riservati)

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postato da: artemidoro alle ore agosto 13, 2008 20:28 | Link | commenti (22)
categoria:poesia, letteratura, antropologia, oltre, io
martedì, 17 giugno 2008



Donne che ha per la testa per ....?
Ci fu una porta della quale non trovai chiave,
un velo attraverso il quale non potei vedere;
alcune piccole parole fra me e te,
dopo non fummo, tu ed io... mai più.
Omar Khayam

Inviare messaggi in una bottiglia è sempre stata una mia vocazione.
In un primo tempo mi concentravo sul messaggio, cercando di scriverlo bene, pieno di belle parole. Poi, in seguito non m'interessava più e mi concentrai sulla bottiglia.Le sceglievo sempre belle, colorate, persino di vetro di Murano. Inseguito anche questa cosa perse di interesse e allora mi dedicai a guardare l'oceano notturno nel quale la gettavo.Sentii come delle onde spazio temporali ed in particolare il rumore della bottiglia appena gettata, in quel silenzio come un respiro nell'universo.
Nel tempo mi ero anche quasi scordato per chi avevo fatto tutto ciò, feci del mio meglio in seguito anche per dimenticare per cosa.
Infine mi piaceva pensare allo svanire della bottiglia.Importava  cosa ci fosse scritto, come fosse e persino dove fosse lanciata? Forse si sarebbe franta su degli scogli, forse avrebbe vagato chiusa per sempre. E anche chi, eventualmente ,l'avesse trovata svaniva.... Pensai un giorno di trovarmi io in quell'Oceano di Spazio tempo, con il messaggio in me, nella  mia forma molto chiaro. Era scritto: "Vedi che era meglio se non ti conoscevi"
Vagavo in mondi  possibili e probabili con una specie di sorriso, già trasparente il viso.

Arturo Ferrara in QDA lab artfer Torino per
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postato da: artemidoro alle ore giugno 17, 2008 08:20 | Link | commenti (15)
categoria:letteratura, antropologia, oltre, io
domenica, 01 giugno 2008
*.... "La concezione geografica degli aborigeni è definita da miti-memorie e da una relazione esistenziale con il territorio al quale essi appartengono. Prima del loro recente indottrinamento occidentale, gli aborigeni raramente vantavano la proprietà sul territorio; ribadivano piuttosto la loro appartenenza al territorio. Il territorio determina l’identità del clan e sovente clan e territorio hanno lo stesso nome. Ambedue sono legati al ruolo metafisico dei luoghi sacri, testimonianze indelebili degli spiriti ancestrali, che tuttora vi dimorano, per cui mito, storia, territorio e clan formano un’unità indivisibile.
Il territorio è il punto d’arrivo dalla migrazione primordiale, dove si è insediato il gruppo. E’ il punto d’arrivo reale ed anche mitico, la terra promessa, ricevuta dagli spiriti ancestrali per cui inalienabile. E’ la testimonianza tangibile dell’anima del clan e della sua relazione con i mitici personaggi dell’Epoca dei Sogni che gli hanno assegnato il territorio. Dubitare della loro esistenza non è pensabile perché ciò negherebbe l’esistenza stessa del territorio da loro creato. Il creato non esisterebbe senza creatore. Tali relazioni ricorrenti tra causa ed effetto nel sistema cognitivo sono di enorme importanza in quanto sono formule elementari del ragionamento religioso.

L’aborigeno che vive nel suo habitat naturale si muove nel territorio portandosi appresso tutti i suoi possedimenti materiali, che sono estremamente limitati. Non ha l’abitudine di vestirsi o di costruirsi una capanna. Dorme per terra e si riscalda con il fuoco. In tale contesto si perpetua la visione cosmologica dell’aborigeno. Confrontando il ricco patrimonio delle tradizioni e delle memorie con la semplicità della cultura materiale, possiamo dedurre che lo sviluppo tecnologico non influenza il livello di spiritualità? La mente dell’uomo, nel Paleolitico, funzionava con logiche di associazioni, sequenze di causa ed effetto, strutture cognitive, talvolta simili, talvolta diverse dalle nostre, occidentali del III millennio. Capirne i meccanismi può servire a capire le basi primarie della nostra psiche, ma anche il processo fondamentale di quel nostro apparato cognitivo che chiamiamo Logica, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Nella cultura aborigena vi è un legame inseparabile tra territorio, trascendenza, religione, legge e società. Tutto fa parte di un medesimo pacchetto.
L’Epoca dei Sogni, nella quale gli spiriti ancestrali hanno formato il territorio, è il tempo mitico della creazione, ma anche il tempo attuale che non è mai passato e mai passerà. L’Epoca dei Sogni è sempre presente. Gli spiriti ancestrali possono essere a riposo ma vigilano, si muovono nel territorio: lo testimoniano le forme stesse del paesaggio che costantemente rivelano la loro presenza. Come vi sarebbero altrimenti il giorno e la notte? Come vi sarebbero il vento e la tempesta, come vi sarebbero le alluvioni e gli incendi della foresta?"......

*(i passi in grassetto sono evidenziati da me)

da Atti del Congresso : ALLE ORIGINI DEL SOGNO
In collaborazione con: SIFIP Dipartimento di Salute Mentale di Frosinone Istituto Italiano di Micropsicoanalisi Scienza e Psicoanalisi Università degli Studi di Cassino

Pensavo oggi al "Tempo dei Sogni" e anche alla nostra concezione del progresso come un continuum.Riflettevo sulla scienza e sulla medicina che, indubbiamente fanno grandi passi soprattutto tecnici-operativi e permettono di fare cose che anni fa erano impensabili..... Poi ho pensato alla letteratura all'arte a quello che chiamiamo "Spirito" e mi chiedevo quali fossero oggi le sue frontiere o se fosse tutto immutato.... Più che mai mi sono reso conto delle differenze, dell'impossibilità quasi di comunicare tra il piano che chiamiamo "materiale" e quello del pensiero (ma possiamo anche chiamarlo "sogno") sul passo (non a caso citato) lascio a voi le riflessioni, immaginate le mie?
Le risparmio ma, vi assicuro, sarebbero molto inquietanti, ma certo non forme "elementari"(come definite nel passo) del ragionamento religioso.

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postato da: artemidoro alle ore giugno 01, 2008 23:22 | Link | commenti (13)
categoria:riflessioni, antropologia, filosofeggiando, pensieronotte
martedì, 20 maggio 2008
Per noi i guerrieri non sono quello che voi intendete.
Il guerriero non é chi combatte,
perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro.
Il guerriero per noi é chi sacrifica se stesso per il bene degli altri.
E' suo compito occuparsi degli anziani,
degli indifesi,
di chi non può provvedere a se stesso
e soprattutto dei bambini,
il futuro dell'umanità.
Toro Seduto
 
Dalla vetrata a quadretti, come un miraggio, la Luna piena sembrava uno specchio della stanza.Intorno  nubi bianche cercavano di nasconderla, ma nella sua luminosità emergeva e le spingeva via, colorandole di tenue luce gialla.
Dormicchiavo nel divano (ormai ogni programma televisivo mi fa quest'effetto) e, anziché lo schermo guardavo la finestra.
Esisteva la Luna, quello che vedevo sembrava un riflesso, un riflesso di un riflesso, come me, come la vita.
Io, nel divano a fiori ero la proiezione di un io che chiamavo mio e lo sapevo, per convenzione, per abitudine. Cosa ero se non anch'io uno specchio nella stanza della terra, del mio paese, della casa, della camera?
La Luna lentamente mi entrava dalla mente al cuore e sorridevo di questi intellettualmente ridicoli pensieri.... lasciavo che un sentimento diverso si diffondesse, come luce giallognola in me.... Passavano quasi indistinte dalla mia mente immagini e figure, si componevano in danzanti trame, inspiegabili, irraggiungibili, indescrivibili eppure potentemente vere, dense di significati antichi.
Non avevo il bisogno di spiegarli, forse neppure di comprenderli entravano lentamente in me, erano me. Tutto ciò che si comprende prima e poi si spiega è già un prodotto di seconda scelta, una sorta di "masticamento" del pensiero e della coscienza e del pensiero, una forma di indigesta digestione mediata da tutto ciò che crediamo di aver imparato, inibita da ciò che temiamo di dire o di fare in società.
La Luna no, attraverso la vetrata avveniva come se io mi distaccassi dal divano, cominciarsi a volare leggero, passassi oltre la trasparenza specchio. Qui e ovunque la Luna, andavo verso di Lei, in una dimensione dove lo spazio era una finzione e il tempo il gioco di un bambino con la sabbia.....
Andavo, leggero, e sapevo di dirigermi verso di Te..... Finché durerà il sogno pensavo, finché la Luna sarà piena. I monti finalmente sorridevano, tacevano gli animali notturni e , lentamente svanivano i contorni delle cose che con il corpo attraversavo, i quadri, il muro, il camino....
Cos'altro ero se non la Luce tenue della Luna che spingeva via le nubi colorandole?


Arturo Ferrara (Q.d.A Torino tutti i diritti riservati)
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postato da: artemidoro alle ore maggio 20, 2008 10:51 | Link | commenti (14)
categoria:amore, letteratura, antropologia, io
giovedì, 15 maggio 2008
Non riuscirò a immaginarti o descriverti. Anche solo il pensarti è una cosa difficilissima da sostenere. Perdere lo spazio e il tempo per entrare nello Spazio-Tempo e scivolare dalla tangente della Realtà verso il limite infinito del Sogno....
Ci fosse qualcosa di certo, anche solo una Tua ombra proiettata su un muro.
Il Tuo profilo a volte sembra apparire in una nuvola nel cielo, altre nella corteccia di un albero. Il Vento porta la Tua voce, così forse solo immagino e sento anche nell'aria un indefinibile profumo di Te.
Non riuscirò a descriverti, anche solo folleggiando con la penna o i pennelli, né tanto meno a plasmare l'orma di Te con la creta.... sentirò nascere allora e ancora nostalgie che nessuno vedrà, cercherò il disperato Silenzio, la colpevole assenza. Cosa dovrei comunicare , quale il minimo comun  denominatore tra noi, il codice che permetterebbe anche solo un istante la percezione di ciò che sento in me?
Una goccia d'acqua scivola lenta dalla foglia e la radice la attende perché ha sete, così comunicano gli inferi e i cieli. Tu sei la pioggia che cade e il sole che l'asciuga, tu sei la quiete e l'impeto che permette il Compimento.


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postato da: artemidoro alle ore maggio 15, 2008 01:58 | Link | commenti (21)
categoria:amore, antropologia, oltre, sognando, maschere
giovedì, 08 maggio 2008
Oggi leggerei o rileggerei, con voi, una fiaba, il mio commento è nel titolo del post.

C'era una volta un vecchio poeta, proprio un buon vecchio poeta. Una sera che era in casa, venne un tempo bruttissimo, la pioggia scendeva a scroscio, ma il vecchio poeta stava bene al caldo vicino alla stufa, dove la legna bruciava e le mele cuocevano.
«Saranno proprio fradici quei poveretti che si trovano fuori adesso!» disse, perché era proprio un buon poeta.
«Oh, apritemi! Sto congelando e sono bagnato fradicio!» gridò un bambinetto che si trovava fuori. Piangeva e bussava alla porta, mentre la pioggia continuava a cadere e il vento soffiava contro le finestre.
«Poverino!» esclamò il vecchio poeta, e aprì la porta. Vide un bambino, completamente nudo, con l'acqua che scorreva lungo i capelli biondi, tremante per il freddo; se non fosse entrato, sarebbe sicuramente morto, con quel tempaccio.
«Poverino!» disse il vecchio poeta e lo prese per mano. «Vieni qui da me, che ti scaldo. Adesso ti darò del vino e una mela, perché sei un bel bambino.»
E lo era veramente. Gli occhi sembravano due stelle lucenti, e i lunghi capelli dorati, pure grondanti d'acqua, erano tutti bene arricciati. Sembrava un angelo, ma era pallido per il freddo e tremava con tutto il corpo. In mano teneva un bell'arco, ma si era rovinato per l'acqua, e i colori delle frecce erano tutti mescolati per la grande umidità.
Il vecchio poeta sedette vicino alla stufa, si prese il ragazzino in grembo, gli strizzò l'acqua dai capelli, gli scaldò le manine nelle sue e fece bollire del vino per lui; così il piccolo si riebbe, le guance ripresero colore, e lui saltò sul pavimento e si mise a ballare intorno al vecchio poeta.
«Sei proprio un bambino allegro!» esclamò il vecchio poeta. «Come ti chiami?»
«Mi chiamo AMORE!» gli rispose. «Non mi conosci? E questo è il mio arco. Io so tirare con l'arco, so tirare davvero! Guarda, adesso torna il bel tempo; la luna splende.»
«Ma il tuo arco è rovinato» disse il vecchio poeta.
«Che peccato» rispose il bambino, lo prese in mano e lo guardò. «Oh, adesso si è asciugato, e non ha subito danni. La corda è ancora ben tesa! Adesso lo provo» e così tese l'arco, vi mise una freccia, mirò e colpì quel buon vecchio poeta proprio al cuore. «Hai visto che il mio arco non s'è rovinato!» esclamò, e ridendo forte se ne andò.
Che bambino cattivo! colpire così il vecchio poeta che lo aveva ospitato nella sua casetta calda, che era stato tanto buono con lui, che gli aveva dato del buon vino e la mela più bella.
Il buon poeta era steso sul pavimento e piangeva, era stato proprio colpito al cuore e diceva: «Ah, che ragazzo cattivo è Amore! Devo raccontarlo a tutti i bambini buoni, affinché stiano attenti e non giochino mai con lui, perché può far loro del male!».
Tutti i bambini buoni, maschi e femmine, a cui egli raccontò l'accaduto, stavano in guardia dal crudele Amore, ma lui li ingannava ugualmente, perché era così abile! Quando gli studenti uscivano dalle lezioni, si affiancava a loro, con un libro sotto il braccio e un vestito nero. Non potevano certo riconoscerlo e così lo prendevano sottobraccio e credevano fosse uno studente come loro, ma a quel punto lui gli scoccava una freccia nel petto. Quando le ragazze se ne andavano via dal prete, o quando erano in chiesa, le seguiva sempre. Sì, era sempre con la gente! A teatro si metteva nel lampadario e ardeva come una lampada, così tutti credevano che fosse una lampadina, ma poi s'accorgevano di qualcos'altro.
...................................

da il Bambino cattivo di Christian Andersen

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postato da: artemidoro alle ore maggio 08, 2008 01:08 | Link | commenti (15)
categoria:amore, letteratura, antropologia, maschere
sabato, 03 maggio 2008
Posso chiudere gli occhi e pensare che esista. Ti sei forse dimenticata di me o son io, solo io, che quando passi vicino con il Tuo fruscio sono troppo distratto?
Posso dare un colore ai tuoi occhi, ai capelli e ricombinare ogni femminile forma per vivere anche solo un istante di incanto e dirmi:" Ecco, ho incontrato il Sogno".
Posso ascoltare il silenzio nella notte e cercare di sentire la Tua voce... mi dirai almeno il nome? Qualcosa ho sentito.... ma era così armoniosa, così fuggente.... e c'era ancora troppo rumore di fondo intorno a me. Oh vento fermati un istante, dove vai..... Passi e ripassi e mi porti vicino il sussurro e, un istante dopo, quando sto per percepirlo sei già lontano.
Nel Bosco gli alberi dicono :"Vieni da noi, la troverai seduta all'ombra."  Corro a volte ma arrivo che c'è solo l'Ombra di Lei. Forse perdo troppo tempo in qualche sentiero, mi fermano un poco le spine, qualche traccia di rovi nella pelle, e vi sono  luoghi selvatici e sconosciuti nei quali perdo l'orientamento.
Beveva al ruscello un airone cinerino.... un istante e si è alzato in volo, avrei detto che lì vicino c'eri Tu... Ma perché e dove Ti sei nascosta? L'acqua che scorreva limpida l'ho forse confusa per la Tua voce?
Conto a volte le stelle e ne guardo una più simpatica che cambia colore.... E penso che la stai guardando anche tu, lo so lo sento.... Ma, triangolando, se non sono capace io, puoi trovare Tu, così sapiente, la mia rotta, il mio sito nel mondo dove penso a Te?.
Uno scoiattolo che passa (o è un serpentello?) sembra quasi sorridere (o è un sibilo) e mi vergogno un po' della mia ingenua ingenuità....
Certo  lo so che il tempo passa e non è tempo e luogo.... Dovrei forse essere più serio e pratico, come a volte mi fingo.
Ma posso ancora poco prima di svegliarmi immaginare di essere già sveglio di vederti distintamente. Ma è così poca la mia fantasia che non sostiene la realtà che devo inventare ogni giorno
Non saprei cosa dirti, non esistono parole per esprimere ciò che, solo l'immaginarti mi fa provare, e rimango immobile, come sospeso nei secoli, maschera, totem nello spazio.Un raggio di sole dalla finestra mi sveglia del tutto e per un istante, un solo piccolissimo frammento di tempo immaginato dalla mia mente mi porta alla realtà: si compie l'incanto e Tu sei tutta Luce.
Allungo le mani, barcollo....
Se cadessi si spalancherebbero infiniti abissi davanti a me, terribili mondi esteriori e interiori...ma ho la sensazione Tu mi sostenga, anche se, quando apro ancora gli occhi, vedo solo la finestra e la montagna.


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postato da: artemidoro alle ore maggio 03, 2008 21:53 | Link | commenti (19)
categoria:amore, letteratura, antropologia, oltre, io